Arco di Trionfo di Erich Maria Remarque

Maggio 3, 2020

Parigi prima della seconda guerra mondiale ancora ignara del pericolo imminente. La piovosa serata di fine novembre. Il ponte Alma. Un piccolo caffè vuoto vicino all’Arco di Trionfo con gradini consunti e scivolosi. L’asprezza del calvados che non risolve nulla ma almeno scalda le mani. Gauloises umide e stropicciate in tasca.
Due vite sospese come goccioline di nebbia si incontrano per caso e si attraggono ma non si legano. Manca l’affinità che deriva dall’esperienza costruita nei mondi paralleli destinati ad incrociarsi molto più in là, alla fine.
“La piccola stanza vuota sembrava satura dall’odore di nostalgia, disperazione e novembre.”
Il pessimismo di uno dei più grandi romanzi d’amore (e delle più grandi storie d’amore di Marlene Dietrich e Erich Maria Remarque perché è la loro storia) si spoglia di sfiducia e diventa una poesia. Commovente e spietata. Perché ti insegna che la realtà e l’illusione possono rappresentare la stessa dimensione che si tratti di una linea o di un punto.
“Il rimorso è la cosa più inutile al mondo. Nulla si può tornare. Niente può essere corretto. Se così fosse, saremmo tutti dei santi. La vita non ha mai avuto l’intenzione di renderci perfetti. Colui che lo fosse dovrebbe essere esposto in un museo”

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