Peter Norman

Aprile 26, 2020

“La velocità perfetta, figliolo, vuol dire solo esserci».
Le Olimpiadi alla Città del Messico avrebbero dovuto (potuto?) aggiungere pace e armonia ad un anno che più di qualsiasi altro periodo storico era già tormentato fino all’estremo dalla contestazione, battaglie civili e militari, lotte armate, il rifiuto radicale verso un certo stile di vita. L’anno delle proteste studentesche del maggio francese, dell’assassinio di Robert Kennedy e di Martin Luther King, dei carri armati sovietici che travolgevano la primavera di Praga.
Furono le Olimpiadi con tante “prime volte” e numerosi record, alcuni destinati a durare nei decenni come quello stabilito dall’americano Bob Beamon nel salto in lungo. E un altro saltatore, ma in alto, entrò nella storia: Dick Fosbury, che vinse l’oro con la tecnica rivoluzionaria, mi verrebbe da dire quasi extraterrestre (d’altronde saltava davvero in alto e per di più con due scarpe diverse).


Furono le Olimpiadi più “alte”, a 2.250 metri di altitudine.
Per la prima volta, l’ultimo tedoforo della fiamma olimpica, fu una giovane donna, l’atleta Norma Enriqueta Basilio de Sotelo.
Ci fu il primo squalificato per doping nella storia olimpica, il pentatleta svedese Hans-Gunnar Lijenwall, per tasso alcolemico troppo alto.
Jim Hines fu il primo velocista a scendere sotto i 10 secondi (tempo ottenuto mediante cronometro elettrico) nei 100 metri piani.
Furono i Giochi della protesta in Piazza delle Tre Culture, passata alla storia come la più sanguinosa e crudele repressione del movimento studentesco. In quell’occasione venne ferita anche la giornalista italiana Oriana Fallaci, che fu creduta morta e portata in obitorio, dove si risvegliò.

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