La luce oltre la siepe

Dicembre 24, 2002

“A mano a mano che ci si innalza nella scala degli esseri, aumenta la sensibilità nervosa, aumenta cioè la capacità di soffrire. Soffrire e pensare sarebbero dunque la stessa cosa?”


Chissà in che unità di misura è possibile misurare il dolore – in giorni che passano mentre ti svegli e in quel preciso momento già sai che stai male a priori di ogni evento che potrà accadere dopo; in assurdità che sei disposta a fare per cambiare la situazione (soprattutto in peggio) o almeno alleviare l’intensità della sofferenza acuta, sorda, ovattata che ti brucia lo stomaco; in indifferenza con la quale guardi il tuo futuro perché non puoi immaginare che il futuro (qualsiasi!) può davvero esistere in questa sorta di gabbia che comunque ti protegge perché ti aiuta ad esercitare i primi passi nella tua nuova vita, in quantità di lacrime versate, in quantità di alcolici bevuti che non ti rendono mai ebbra a sufficienza, chissà… Il mio dolore di quella volta si misurò in paura che dopo non ci sarebbe stato più niente per me. Non è la solitudine, ma la sensazione “non di più e nient’altro”.

Il nostro romanzo è morto da solo. Lasciandomi sola. Rendendomi tremendamente normale, conforme alle previsioni. Una ragazza che non provoca più alcuno stupore.

Non mi ricordo se ti piacessero gli zoo e i circhi. Ma me li avevi ricostruiti a meraviglia, riducendomi all’obbedienza scandalosa. Arrivai a sopportare le mie consuete visite a casa vostra con la rispettabilità vergognosa, adattando il mio solito ruggito al fievole miao. Ma non durò. Me ne andai via, ribellandomi a questa sottomissione venduta sotto l’aspetto di una cordiale amicizia. Il fatto più comico è che non ti avevo mai amato, eri tu ad avere bisogno di me (almeno e soltanto apparentemente), standomi vicino con la complicità che manca di affetto ma stracolma di interessamento. Non ti avevo mai preso sul serio, il mio retrofronte, io prendevo d’assalto tutto cioè che si opponeva al mio fluente cammino e tu eri dietro, a raccogliere i fiori che perdevo per strada (al mio 24 esimo compleanno definisti il tuo ruolo proprio così).

Il dolore che mi suscitò il tuo distacco, il tuo andartene (con che urgenza facevi le valigie, quella sera, di che cosa avevate paura, non c’era nessun pericolo, reale o immaginario da farmi commuovere delle cose di pessima qualità, l’esecuzione forzata a buon mercato) mi procurò l’assoluta repellenza verso i piccoli (pochi) riti del nostro romanzo: Campari con gin, vodka alla pesca, musica di Tracy Chapman, Sinead O’Connor, film “Bodyguard” e “Cabaret”, rose rosse, avevo dato via tutti i tuoi regali (tranne la collana d’ambra che mi mettesti addosso appena scesa dall’aereo, avevi così tanta fretta di disfartene, di ogni cosa che in qualche modo, anche di sbieco, ti faceva ricordare di me, del nostro legame in alcuni momenti così intenso, congiungimento di spirito (non spirituale).

In ogni ricordo di te anche il più vergognoso, doloroso, sprezzante e straziante, c’è sempre un momento, un attimo brevissimo di cui vado fiera. Molto spesso questo momento non ha niente a che vedere con tutto il resto dell’episodio, ma buttandomi a capofitto nei ricordi, comincio a ragionare con la mentalità di quell’epoca e quindi non penso alle conseguenze, ma solo al freddo nello stomaco che mi veniva sempre prima di rispondere all’esaminatore durante gli studi universitari. La sicurezza di superare ogni ostacolo, anche il più difficile. La consapevolezza di essere la migliore. L’istinto della ballerina che sapeva fermarsi proprio sull’estremità del palcoscenico prima di cadere nella buca dell’orchestra. (scrissi anche una favola su questa ballerina. Dove è andata a finire? La ballerina. La favola). Il momento in cui ammiro la mia capacità di continuare lo spettacolo solo per me stessa, il momento in cui mi vedo all’infuori di me stessa e mi approvo, non per quello che sto facendo in quel determinato momento, ma per la leggerezza di poter fare a meno delle regole e delle condizioni prescritte.

Il ricordo che ancora oggi mi procura un intenso turbamento è la tua immagine, perché sola la tua? Io stavo insieme a te, (hai ragione, ad intermittenza, alternavi i tuoi soggiorni da me con la mansuetudine della tua perfetta vita matrimoniale, e quelle telefonate in serata- cosa volevi sapere? Se non mi fossi per caso suicidata? Sinceramente, per così poco….) ma ormai nella mia mente delirante, perciò troppo lucida, tu esistevi senza di me nella tua cornice sofisticata e priva di naturalezza dove accidentalmente hai messo un anno e mezzo prima la mia foto – una ragazza sorridente e spensierata) nell’ascensore, l’espressione del tuo viso eternamente slavato mi faceva sentire in colpa per il mio dolore (secondo te io non dovevo soffrire per non far soffrire te) e per il mio essere così sregolato da mettermi fuori ordine e la tua vita da sola e la tua frase: ”ma noi non possiamo fare l’amore”. Giuro non ho mai capito se questa fosse una domanda o un’affermazione, e cosa ci fosse di sbagliato in tutti e i due casi. Giuro mi dispiace di non averti dato uno schiaffo, da qualcuno bisogna pur ricominciare.

Avete dato alla vostra figlia il mio nome. Ebbi un sussulto alla notizia, dovevate trascinarmi fino al vostro letto matrimoniale?

Sono passati undici lunghi anni. Non ho niente da dirti anche se ci provo sinceramente a mantenere questa inutile amicizia, i tuoi messaggi sono sempre molto affettuosi, puntuali e pieni di ammirazione, riusciamo ad essere cordiali e coprire il vuoto con la neutralità volontaria e permanente. E pure non potrò mai dimenticare le nostre passeggiate, le nostre lettere scritte in diversi aeroporti in attesa di un breve incontro per una serata o un pomeriggio, la tua capacità di accettarmi in qualsiasi ruolo (tranne naturalmente l’amata abbandonata. Ma mi amavi davvero?) e di chiamarmi proprio quando la tua presenza diventava vitale, assillante, agognavo nell’attesa asfissiante solo per sentirti dire quello di cui io avevo bisogno.

Mi chiamavi con il diminutivo che nessuno ha mai usato per me e quando lo pronunciavi le tue belle labbra si schiudevano all’improvviso e sorridevi ancora prima di dire altro. C’era in te questa delicatezza toccante che mi comprò con armi e bagagli, (oh mi ricordo quel delizioso fax che mi mandasti per i miei 25 anni, 25 pagine unite insieme da una dedica strabiliante “ al mio Mostro dalle gambe lunghe”).
Interpretavo il tuo lasciarmi libera come una maniera in cui esprimevi il tuo affetto, difatti non subivo nessuna costrizione da parte tua nel limitare i miei numerosi svaghi e divertimenti, eri lì a portata di mano in attesa dei racconti delle mie nuove avventure.
Dopo che me ne andai dalla città dove avevamo vissuto felici (arrivai al punto di non sapere più come comportarmi – e mi pesava molto il fatto di dover fingere con te, perché tu lo capivi e cercavi di non trasparire la tua contentezza della vita nuova, ma stavo male vedendo le mani non mie che ti accarezzavano la testa rapata e quel tuo sorriso con le labbra schiuse rivolto altrove) riuscii a costruire la mia vita dove il tuo posto era limitato al cosi detto recinto sentimentale, parte che rimaneva di un antico sentimento sprofondato intorno a uno più recente, dal quale però separato dalla mia stessa forza ritrovata al momento che riuscii a ritirare la mia fotografia dalla tua cornice prima che la strapassi.

Volevo solo dirti che non porto rancore. E che non mi interessa se sei felice o meno – abbiamo fatto le nostre scelte (tu hai fatto la tua e mi hai costretto a fare altrettanto) e ti devo solo ringraziare per come si sono sviluppati gli eventi – ma toglimi una curiosità : tua figlia la chiami con il mio stesso diminutivo?

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